Parliamo di demenza e Alzheimer senza ansie o pregiudizi con gli approfondimenti della neuropsicologa Rosanna Palmeri.
In questo articolo, parleremo degli approcci psicosociali alla demenza, quei trattamenti non farmacologici che possono aiutare in termini di miglioramento cognitivo e comportamentale.
Chi lo dice che non si può far niente? Gli approcci psicosociali alla demenza
Più di un decennio fa, il NICE (National Institute for Health and Care Excellence) sosteneva che aggiungere alle terapie farmacologiche anche interventi “non farmacologici” avrebbe potuto risultare efficace in termini di miglioramento cognitivo e comportamentale nelle demenze. Ad oggi, sappiamo che l’efficacia di tali interventi non solo è equivalente a quella degli interventi farmacologici, ma, in alcuni casi, è addirittura maggiore, soprattutto se consideriamo l’assenza di effetti collaterali e il grande impatto sui sintomi comportamentali [1].
Negli ultimi anni si predilige utilizzare la definizione “psicosociale” come alternativa al più generico “non farmacologico”, proprio per porre l’accento sulla comprovata capacità che questi interventi hanno di concentrarsi su aspetti emotivi, comportamentali, sociali e ambientali della cura, dando risalto principalmente a ciò che la persona è ancora in grado di fare e produrre, anziché porre l’accento su quanto è perduto. Rientra in questa categoria qualsiasi intervento non chimico, mirato e replicabile, basato su una teoria e potenzialmente in grado di fornire qualche beneficio rilevante.
Le principali tipologie di approccio psicosociale
Convenzionalmente, riconosciamo tre tipologie di approcci che fanno da cornice a un cospicuo numero di trattamenti:
- Approccio cognitivo;
- Approccio multi-strategico;
- Approccio comportamentale-sensoriale.
L’approccio può essere scelto tenendo conto delle abilità della persona, dei suoi gusti e dei suoi interessi. Ma vediamoli più nel dettaglio.
Approccio cognitivo
A questo primo gruppo afferiscono tutti quegli interventi che favoriscono il lavoro sulle abilità cognitive della persona.
Parliamo di attività quali il training cognitivo o la stimolazione cognitiva, che puntano al potenziamento delle abilità residue. Attraverso l’utilizzo di schede, training computerizzati e attività pensate ad hoc, vengono stimolate le diverse funzioni neuropsicologiche: attenzione, memoria, linguaggio, abilità visuospaziali, funzioni esecutive.
Tali interventi sono attuabili sia in modalità individuale sia in piccoli gruppi, a seconda che si intenda privilegiare l’approccio al singolo e alle sue peculiarità oppure alla socializzazione. In quest’ottica bisogna dire che è sempre più riconosciuto il ruolo che le relazioni hanno nel preservare il funzionamento della persona.
L’efficacia di questi interventi si basa sul concetto di riserva cognitiva, ovvero la capacità del nostro cervello di attivarsi per compensare o contrastare un eventuale processo patologico, ricorrendo a strategie apprese prima che il danno si verificasse e/o ricorrendo a reti neurali alternative.
Il più noto approccio cognitivo è, al momento, la Cognitive Stimulation Therapy, tecnica evidence-based formulata nel contesto anglosassone da Spector et al. Questo approccio ha dimostrato di avere un’efficacia paragonabile a quella degli inibitori della colinesterasi nel rallentare l’evoluzione dei sintomi. [2]
Approccio multistrategico
L’approccio multistrategico include interventi che ricorrono a risorse sia interne sia esterne alla persona. I più noti sono:
- la Reality Orientation Therapy (ROT),
- la terapia della reminiscenza,
- la Validation Therapy
- la terapia occupazionale.
Vediamoli più nel dettaglio.
La ROT, applicabile in modalità “informale” dallo stesso caregiver, si pone l’obiettivo di riorientare la persona lungo coordinate spazio-temporali e autobiografiche, attraverso ripetute sollecitazioni verbali, visive, scritte, musicali.
La terapia della reminiscenza coinvolge il ricordo di eventi passati attraverso la discussione e l’uso di fotografie, musica o oggetti familiari. Si tratta di un’attività vissuta piacevolmente anche dalla persona con una grande compromissione mnesica, in quanto i ricordi del passato rimangono inalterati più a lungo. Pertanto, offrire loro la possibilità di rievocarli, contribuisce a preservare il senso di autoefficacia percepita.
La Validation Therapy si basa sul principio dell’empatia e dell’accettazione “validante” delle percezioni e dei sentimenti della persona con demenza, senza mai correggere.
La terapia occupazionale pone il focus sulla capacità della persona di svolgere le attività quotidiane, cercando di migliorarla attraverso specifici esercizi riabilitativi o compensativi, promuovendo così il maggior grado di indipendenza possibile. Tutto ciò influisce, in maniera più o meno diretta, sull’autostima della persona, sul suo senso di autoefficacia (dal momento che si sente ancora in grado di portare a termine dei compiti con successo) e sulla qualità di vita.
Approccio comportamentale - sensoriale
Infine, l’approccio comportamentale-sensoriale include tutti quegli interventi quali la musicoterapia, l’arteterapia e la stimolazione sensoriale, che sfruttano diverse modalità sensoriali (olfatto, vista, udito,…) come mezzo per veicolare informazioni non verbali. La loro comprensione infatti è conservata anche nelle fasi più avanzate di malattia, e mantenerle porta beneficio soprattutto a livello di umore e di contenimento dei disturbi comportamentali.
È stata spesso dimostrata l’efficacia di tali interventi sui sintomi comportamentali (specie agitazione psicomotoria e alterazioni dell’umore), con notevoli benefici in termini di rilassamento anche per intervalli di tempo prolungati dopo la fine della sessione.
Concludendo: la scelta dell’approccio
Oltre a questi, esistono numerosi altri interventi possibili, tutti orientati a ottenere una riduzione dell’impatto della malattia, incentivando la persona a mantenere un proprio ruolo e una propria autonomia. In questo senso gli approcci psicosociali sono da intendersi come cruciali nel trattamento dei disturbi neurocognitivi: permettono di preservare le capacità residue, migliorano la qualità della vita e forniscono supporto emotivo sia alle persone che convivono con la demenza, sia ai caregiver.
Ma, quindi, come si sceglie?
In piena ottica di “approccio centrato sulla persona”[3] la scelta dell’intervento dipende in larga misura dalle caratteristiche del beneficiario, dal suo livello di abilità, dai suoi sintomi, ma soprattutto dalla sua personalità pre-morbosa, dalla sua biografia, dai suoi interessi e dalle sue passioni, imprescindibili se ci si vuole prendere cura della persona e non della malattia.
La de Banfield: un aiuto per scegliere e non solo
Quando ci si avvicina ad un percorso psicosociale è fondamentale il confronto con gli specialisti che possono aiutare a scegliere in base alla persona che hanno di fronte. In quest’ottica la de Banfield, prima di proporre le sue attività, propone una consulenza che consenta una valutazione della situazione. In questo modo la persona con demenza ed il caregiver possono decidere in modo consapevole ciò che può essere più adatto a loro.
Al di là della proposta di trattamenti non farmacologici, noi della de Banfield vogliamo essere presenti per offrire ascolto, informazioni e un accompagnamento nella cura.
Le nostre attività includono:
- Sensibilizzazione e ascolto: aiutiamo a comprendere meglio cos’è la demenza, lavorando per abbattere lo stigma e i pregiudizi che spesso ritardano la ricerca di aiuto.
- Valutazioni cognitive: organizziamo periodicamente sessioni di screening individuali per monitorare le funzioni cognitive e capire se i segnali che si notano richiedono un approfondimento medico.
- Orientamento e consigli pratici: forniamo le informazioni necessarie per gestire la quotidianità e affrontare le sfide che una diagnosi comporta con le nostre consulenze singole e di gruppo, ma anche con le attività di formazione dedicata a queste tematiche.
- Gruppi di invecchiamento attivo: organizziamo cicli di incontri finalizzati al potenziamento delle funzioni cognitive per fornire strumenti utili di prevenzione agli anziani con invecchiamento fisiologico.
Se vuoi entrare in contatto con noi perché hai delle domande su questo tema, per richiedere una consulenza o per iniziare un percorso puoi chiamare lo 040 362766 o scrivere una e-mail a casaviola@debanfield.it.
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[1] Conosciuti anche con l’acronimo BPSD, dall’inglese Behavioural and Psychological Symptoms, rientrano in questa categoria tutti i sintomi non cognitivi, a carico dei sistemi: affettivo (depressione, ansia, labilità dell’umore, aggressività), psicotico (deliri e allucinazioni), neurovegetativo (sonno, alimentazione), psicomotorio (affaccendamento, vagabondaggio, agitazione). Tali sintomi sono quelli che più ricadono negativamente sul benessere e sulla qualità di vita della persona e del caregiver.
Fonti:
[2] Fonti: Spector, A., Thorgrimsen, L., Woods, B. O. B., Royan, L., Davies, S., Butterworth, M., & Orrell, M. (2003). Efficacy of an evidence-based cognitive stimulation therapy programme for people with dementia: randomised controlled trial. The British Journal of Psychiatry, 183(3), 248-254.
[3] Kitwood, T. (1997). Dementia reconsidered: The person comes first (Vol. 20).
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